Bagagli di speranze
Riflessioni in occasione delle Giornate mondiali del Migrante e del Rifugiato (e qualche consiglio di lettura)
«Europa, Eruopa, che mi guardi / scendere inerme e assorto in un mio / esile mito fra le schiere dei bruti / sono un tuo figlio in fuga che non sa / nemico se non la propria tristezza / o qualche rediviva tenerzza / di laghi, di fronde dietro i passi perduti1»
“Immigrato, straniero. Partenze.
Sono parole che mi fanno piangere involontariamente quando le sento. C’è chi vede nelle sofferenze della migrazione un segno di sconfitta. Ma per molti, la migrazione non è né vittoria né sconfitta. È una narrazione stratificata di abbandono. Adattamento, lutto. Ricostruzione. C’è chi migra per progredire, chi semplicemente per respirare, per sopravviere. Chi viene deportato, senza tribunali, senza addii.Partire significa lasciare una parte di sé per trovare una casa dentro di sé.
Ho lasciato un posto in cui non ero felice e andarmene non mi ha reso felice.
Ma una persona non può guarire in un posto in cui si è ammalata. E per questo, nell’emigrazione, il successo non è solo un desiderio, ma una necessità.Si inizia sempre con una valigia. Ma quello che non sai è che ad accompagnarti per anni, a tenerti sveglio la notte, sarà una vuoto, un desiderio senza nome. Silenzioso, spietato e infinito. Intangibile. A volte, vorresti solo che qualcuno potesse capire perché anche nella felicità, c’è una vecchia tristezza che respira dentro di te.” (H.A.)2
Il desiderio e l’assenza come bagaglio. Un’immagine che deve aver toccato anche Papa Francesco, quando ha scelto di dedicare la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato di quest’anno (4-5 ottobre) al tema “Migranti, missionari di speranza”.
Una scelta contro corrente, che pone l’accento sulla componente attiva e positiva dell’esperienza migratoria, sfuggendo alle logiche passivizzanti delle narrazioni mainstream. In quest’ottica, la speranza non viene solo portata con sé, come un accessorio di cui si ha bisogno: ha il compito di essere trasmessa, attraverso la propria esperienza, attraverso - mi verrebbe da dire - il proprio sacrificio.
Difficile sentirsi portatori di luce, tenere stretta la propria valigia di dolori e sogni, mentre i propri diritti si sgretolano inesorabilmente ogni giorno su scala globale.
Negli Stati Uniti, sotto la spinta di Donald Trump, sono iniziate deportazioni di persone di ogni provenienza verso diversi paesi africani, un precedente inquietante per rapidità e modalità di attuazione. Nel frattempo, dal Regno Unito all’Europa, con il patto Italia-Albania, si moltiplicano da anni i tentativi di seguire la stessa strada.
Il filo conduttore è chiaro: non si tratta più solo di esternalizzare le frontiere, ma di trasformare la vita delle persone in un laboratorio di esperimenti politici fragili e disumanizzanti.
Ne è una prova Giorgia Meloni, che di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite è arrivata persino a chiedere una revisione delle convenzioni internazionali sui rifugiati, definite ‘anacronistiche’. Un tentativo di mascherare il razzismo dietro la retorica della lotta al traffico di esseri umani. Un discorso che annulla lo spazio di autodeterminazine delle persone in movimento, concepite solo come vittime o criminali. Non c’è margine di soggettività. E la speranza tace.
A questo proposito, leggendo Black Time. Scritti sull’invisibile di Fatin Abbas, scrittrice e artista sudanese, ho trovato una delle definizioni di razzismo per me più convincenti, ad opera di Ramon Grosfuguel, che in What is Racism? lo definisce «una gerarchia globale di superiorità e inferiorità lungo la linea dell’umano»: chi è al di sopra viene riconosciuto come pienamente persona, chi è al di sotto viene relegato alla ‘zona del non-essere’, o del ‘sub-umano’, dove prevalgono violenza e spoliazione totale.
Ecco, le speranze delle persone in movimento sono per me la ribellione alla prigionia del sub-umano. Il tentativo di strappare quella maledetta linea di demarcazione con tutta la propria determinazione, scavando fino al midollo delle proprie risorse interiori. Nei miei anni accanto alle persone lungo le rotte migratorie, ho potuto constatare come ognuno, anche se in modo diverso, porti con sé questa spinta ostinata, irriducibile, da sventolare forte come una bandiera tra i riflessi del proprio volto, con tutta la dignità e l’umanità di un ‘io’ che sa resistere alle spinte di disgregazione.
E se è vero, come scrive Shahram Khosravi in Io sono confine, che spesso il momento più duro, paradossalmente, non è il viaggio ma l’arrivo, ovvero il momento in cui le speranze iniziano a trasformarsi in illusioni, mentre ciò che si è coltivato dentro di sé per anni inizia ad assumere i colori stinti della realtà, è ancora più vero allora che bisogna allenarsi a fare da eco a questa speranza. Riconoscerla, ascoltarla. Soffiarci sopra per riscaldarla.
“Emigrare non è solo spostarsi da un punto all’altro, è un viaggio da una vecchia versione di te stesso a una nuova versione che ancora non conosci. Nella difficoltà, ogni passo ti avvicina non alla persona che eri prima di partire, ma a quella che potresti essere. È un cammino lungo il quale imparare a crescere in solitudine e a ricostruirti con le tue mani. Per poter essere missionari di speranza e di fiducia, dobbiamo mettere da parte tutto ciò che abbiamo imparato prima, dobbiamo ignorare i pregiudizi, le immagini dei media, i racconti dei giornali, migliaia di altre cose negative, compresi i nostri preconcetti. Dobbiamo cercare sempre di prendere le decisioni con il cuore, perché quando nasciamo, il nostro cuore e il nostro cervello sono puri e liberi da giudizi. E col tempo, la nostra mente si riempie di condizionamenti e di ciò che ci viene insegnato, ma il nostro cuore rimane puro. E rimarrà puro”. (H.A.)
Leggiamoci su!
Se vuoi approfondire questi temi, i miei titoli irrinunciabili al momento sono:
Io sono confine, di Shahram Khosravi: per me, il testo fondamentale per chiunque si interessi di migrazioni, per la sua natura biografica e saggistica insieme. A partire dall’esperienza di migrazione ‘illegale’ vissuta in prima persona, l’autore, un antropologo iraniano naturalizzato svedese, costruisce un viaggio etnografico che smonta il “feticismo dei confini” del nostro tempo.
Il gioco sporco. L’uso dei migranti come arma impropria, Valerio Nicolosi: immancabile in ogni mio elenco di suggerimenti. Dal Mediterraneo all’Ucraina, Nicolosi racconta le vite di migranti usate come arma geopolitica. Un’inchiesta sul campo che denuncia violenze, ipocrisie e il “gioco sporco” dei governi sulle frontiere del mondo.
Amici di una vita, Hisham Matar: uno dei libri più intensi e malinconici che abbia mai letto. Tre amici libici in esilio in Europa, legati da letteratura, politica e memoria, affrontano perdita, paura e amicizia tra dittatura e diaspora. Un romanzo di luminosa bellezza che racconta la fragilità e la forza dell’esilio.
Americanah, Chimamanda Ngozi Adichie: un grande, grandissimo romanzo sul razzismo strutturale su cui poggiano gli Stati Uniti. Racconta la storia di Ifemelu, che lascia la Nigeria per studiare negli Usa. La forza di Adichie sta nell’integrare con scorrevolezza nel ricco flusso narrativo un’importante componente saggistica.
Black Time. Scritti sull’invisibile, Fatin Abbas: dalla magnifica collana Afterwords di Wetlands, un dialogo tra Venezia e l’esperienza diasporica afrodiscendente. Abbas, scrittrice sudanese, riflette con sguardo nuovo su guerra, patriarcato, migrazioni e rapporto con la natura, tracciando un pensiero sul tempo e sulle sfide globali che plasmeranno il futuro.
Per ora è tutto.
Grazie se siete arrivatƏ fino alla fine. Per qualsiasi commento, spunto o condivisione, mi trovate qui:
Al mese prossimo,
Free Palestine! 🇵🇸
Arianna
Vittorio Sereni, Italiano in Grecia
Questa newsletter è stata scritta a quattro mani con H.A., che preferisce mantenere l’anonimato.


