«La frontiera è ovunque»
Una Giornata mondiale del rifugiato più triste del solito
Questa lettera nella corrente arriva un po’ in ritardo rispetto al solito.
Potrei dire che è stato tutto calcolato per farla arrivare esattamente in occasione della Giornata mondiale del rifugiato — che è oggi — ma sarebbe vero solo in parte. L’altra faccia della verità è che giugno è un mese abitualmente denso di vita e, di conseguenza, di impegni.
Ma pur nell’affanno, avevo già deciso di dedicare la riflessione del mese a questa ricorrenza.
Perché la Giornata mondiale del rifugiato del 2026 non è come quella del 2025. Né come quella del 2024. Né come nessuna delle precedenti.
È la prima che celebriamo da quando, il 12 giugno, è entrato in applicazione il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo, la più ampia riforma del sistema europeo di gestione delle migrazioni degli ultimi anni.
Naturalmente, chi sostiene il Patto lo descrive in termini molto diversi. Le istituzioni europee parlano di solidarietà tra Stati membri, responsabilità condivise, procedure comuni, gestione più ordinata degli arrivi. Addirittura, il 12 giugno UNHCR e IOM hanno rilasciato un comunicato stampa congiunto in cui parlano di «migliore gestione della migrazione e sistemi d’asilo più equi». Viene da chiedersi: più equi per chi?
Ma chi osserva il quadro dalla prospettiva dei diritti delle persone in movimento sa bene quanto la realtà appaia profondamente e strutturalmente differente.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva trasformazione della persona migrante da soggetto portatore di diritti a minaccia da contenere e problema amministrativo da gestire. Il Patto non solo consolida questa tendenza, ma, se possibile, la porta all’estremo.
Procedure accelerate alle frontiere, screening obbligatori, raccolta sistematica di dati biometrici, ampliamento degli strumenti di trattenimento e di rimpatrio: il principio che sembra attraversare l’intera architettura è quello della deterrenza.
Non è un caso che molte delle sperimentazioni degli ultimi anni abbiano avuto come laboratorio proprio le persone migranti.
Una cosa il Patto la conserva senza esitazioni: le contraddizioni che da anni attraversano le politiche migratorie italiane.
Pensiamo al Protocollo Italia-Albania.
Presentato come modello innovativo, difeso dal governo come esempio da seguire, è stato presto chiaro che sarebbe stato un totale fallimento pure per chi sostiene le politiche securitarie e xenofobe messe in atto dal governo. Eppure la logica che lo sostiene — esternalizzare, allontanare, spostare altrove la gestione delle persone indesiderate — è diventata uno dei nuovi modelli di riferimento europei.
Oppure pensiamo al decreto flussi.
Da anni viene indicato come la prova che esisterebbero vie legali di ingresso alternative alla richiesta di asilo. Eppure chi lavora sul campo sa bene quanto questo strumento sia spesso insufficiente, farraginoso e vulnerabile a forme di sfruttamento, intermediazione illecita e ricatto.
La contraddizione è sotto gli occhi di tutti.
Da un lato il dibattito pubblico continua a evocare il bisogno di manodopera straniera, rimarcando una visione strumentale e oggettificante dei corpi razzializzati. Dall’altro si restringono gli spazi di regolarizzazione e si moltiplicano gli ostacoli.
Nel frattempo il diritto d’asilo resta uno degli unici canali di accesso alla regolarizzazione, motivo per cui si è di fatto creato il fenomeno del richiedente asilo di massa. E proprio su questo terreno si concentrano oggi molti dei tentativi di restringimento.
Il giorno dopo l’entrata in vigore del Patto, a Roma, migliaia di persone si sono ritrovate per una manifestazione che rivendicava apertamente la «remigrazione», parola che negli ultimi anni è diventata uno degli slogan preferiti dell’estrema destra europea.
È difficile non cogliere il nesso tra questi fenomeni. Non perché il Patto e i movimenti neofascisti siano la stessa cosa. Non lo sono. Il Patto piace a molte forze politiche, non soltanto alla destra.
Ma perché entrambi nascono dentro uno stesso clima culturale, in cui non solo la mobilità umana viene raccontata prevalentemente come una minaccia — a meno che non ci serva — ma dove il razzismo diventa il perno centrale dei sistemi di controllo ed esclusione. Lo dichiara a gran voce il linguaggio scelto per comunicare i nuovi regolamenti. Anche quando viene presentato come tecnico e neutrale, non lo è.
L’analista politico albanese Andi Shehu osservava recentemente come parole apparentemente neutre stiano progressivamente trasformando una questione di diritti in una questione di logistica.
Return hub.
Hub.
Return.
Termini che evocano aeroporti, merci, flussi, movimentazione. La domanda non è più cosa accade a una persona, perché la persona non è più percepita in quanto tale.
Per chi come me si occupa di giornalismo e comunicazione, bisogna fare attenzione a restare al di là di quella soglia insidiosa che sostituisce il lessico della gestione a quello della dignità umana.
Scrivo questa lettera mentre sono in viaggio per Assisi e penso a Papa Leone XIV che, proprio nei giorni dell’entrata in vigore del Patto, alle Canarie ha rivolto ai migranti parole radicalmente diverse.
«Voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare».
Al di là delle convinzioni religiose di ciascuno, credo che valga la pena soffermarsi su questa immagine.
Ma veniamo all’obiettivo dichiarato da questa newsletter: leggere il presente attraverso i libri.
Già, i libri, che sempre più mi appaiono come presidi di resistenza in mezzo a una pioggia incessante di slogan, numeri, allarmi e semplificazioni. Un modo per ritagliarci il tempo di capire.
Per sottrarci alla velocità con cui il dibattito pubblico ci costringe a reagire.
Oltre a quanto già suggerito in questa newsletter, aggiungo i seguenti titoli sul tema, usciti di recente:
Luoghi di confine, pubblicato da DeriveApprodi, offre una riflessione articolata sulle frontiere contemporanee e sulle loro trasformazioni.
Frontiera Albania di Luca Rondi, per Altreconomia, aiuta invece a comprendere uno dei laboratori politici più discussi degli ultimi anni.
E poi c’è Malinconia dei confini di Mathias Énard. Un libro molto diverso da quelli che leggo abitualmente, di sicuro fuori dalla mia comfort zone, ma un tentativo interessante di universalizzare il concetto stesso di confine e frontiera.
I confini, suggerisce Énard, non sono soltanto linee tracciate sulle carte geografiche. Attraversano le città, la memoria, le relazioni, i corpi. Attraversano tutti noi.
In un tempo storico in cui, come ha scritto Giansandro Merli, la frontiera avvolge la persona migrante e le rimane addosso anche dopo averla attraversata, forse vale la pena sottoporci a un’indagine così radicale su cosa siano e su come siano loro, in primis, ad attraversare noi.
Io intanto mi scuso se i miei spunti questo mese arrivano un po’ alla rinfusa e fuori tempo. Per ora è tutto, ma continuiamo a parlarne insieme: via mail, sui social, via WhatsApp. Dove volete, ci sono 🦋
Ci leggiamo alla prossima corrente,
Arianna


