Giornata mondiale del libro
10 libri per avvicinarsi alle letterature africane
Questa è una lettera nella corrente fuori programma.
Di solito, non mi faccio viva di giovedì, né in questo momento del mese.
Oggi però è la Giornata mondiale del libro – e non potevo mancare.
Se è vero che nella vita, come in questa newsletter, provo a capire qualcosa del presente partendo dai libri, è ancora più vero che i romanzi africani hanno contribuito in modo determinante alla costruzione della mia visione del mondo. Ed è per questo che, in un momento in cui la narrativa sembra essere sempre più percepita come una forma minore rispetto alla saggistica — quasi una scrittura frivola, accessoria — continuo a pensare esattamente il contrario. Perché, dietro la fredda teoria di una lettura analitica, per quanto preziosa e assolutamente fondamentale, è la narrativa che ci consente di collocare nel concreto dei vissuti umani ciò che studiamo.
Nulla, come la letteratura, riesce a restituire le rimozioni, le contraddizioni, i moti più profondi. Nulla ti dà la possibilità di starci dentro, di sostare dentro le vite degli altri, di attraversare — insieme ai personaggi — momenti storici e condizioni sociali. È «l’immortalità all’indietro» di cui parla Umberto Eco: l’incredibile possibilità di vivere «5000 vite», e non soltanto la propria. Un potere enorme e spesso sottovalutato.
Per questa ragione, ho pensato potesse essere utile raccogliere in un unico spazio i 10 romanzi di autori e autrici provenienti dall’Africa che consiglierei a chi volesse avvicinarsi alle letterature del continente.
Non è una lista esaustiva, non sono i 10 migliori romanzi mai scritti nella storia dell’Africa (ammesso che una lista del genere possa esistere): solo una mia personale e soggettiva traiettoria sotto forma di raccolta di titoli, frutto del mio gusto critico e di ciò che penso possa essere utile per accompagnare un lettore o una lettrice in questo viaggio. Mancano indubbiamente diversi mostri sacri.
Metà di un sole giallo — Chimamanda Ngozi Adichie (Nigeria)
Partirei da qui. Chimamanda Ngozi Adichie è forse oggi la voce africana più conosciuta, ma non è solo per questo che la metto all’inizio. È una scrittrice capace di tenere insieme tutto: trame avvincenti, personaggi stratificati, profondità storica e sociale. Attraverso la guerra del Biafra e il periodo post-indipendenza, racconta non un’Africa, ma molte Afriche — e spiazza chi si aspetta narrazioni stereotipate, mostrando anche mondi borghesi, complessi, inattesi.
Le cose crollano — Chinua Achebe (Nigeria)
Chinua Achebe è considerato il padre della letteratura africana moderna, e a ragione. Metterlo non al primo posto può sorprendere, ma è una scelta.
Il suo romanzo ci porta in un’Africa ancestrale, precoloniale, che può sembrare — almeno in superficie — più vicina all’immaginario che molti lettori occidentali hanno già in mente. Ma proprio per coglierne fino in fondo la portata — la critica radicale al colonialismo, lo spaesamento identitario — credo sia utile arrivarci con qualche strumento in più.
Decolonizzare la mente — Ngũgĩ wa Thiong’o (Kenya)
Non è un romanzo, ma un saggio — eppure è impossibile non includerlo. Ngũgĩ wa Thiong’o, nonostante le sue controverse vicissitudini personali, ha quel pizzico di genialità disarmante e ironica che rende questo testo assolutamente fondamentale per chiunque voglia approcciarsi alla materia. È un testo che, una volta letto, cambia il modo in cui si leggono tutti gli altri. Tra le altre cose, Thiong’o sostiene che la lingua sia il veicolo principale del potere coloniale – a suo tempo, ne è derivato un confronto con Achebe, che invece sostiene l’uso della lingua inglese come unico lascito forse positivo della dominazione coloniale, in quanto lingua collettiva.
Sotto lo sguardo del leone — Maaza Mengiste (Etiopia)
Mengiste è una scrittrice con la S maiuscola. In questo romanzo porta il lettore dentro la rivoluzione etiope seguendo le vicende di una famiglia. Grande potenza narrativa e stilistica, e la capacità di far scoprire una pagina storica poco conosciuta — mostrando come la violenza della storia attraversi i legami più intimi.
Furto — Abdulrazak Gurnah (Tanzania)
Gurnah, premio Nobel per la letteratura, è un finissimo tessitore di trame. I suoi romanzi sono densi, corposi, ma si leggono d’un fiato – detto da una lettrice discretamente lenta. Hanno una capacità rara di immergerti completamente nel mondo che raccontano, tra Africa orientale e diaspora, interrogando continuamente identità e appartenenza e indugiando spesso sugli anni post-indipendenza della Tanzania.
Puri uomini — Mohamed Mbougar Sarr (Senegal)
Sarr, tra le voci più potenti della nuova generazione (premio Goncourt), costruisce un romanzo che è insieme indagine e discesa nelle tensioni profonde dell’animo sociale e della società senegalese. Un libro coraggioso, quasi dostoevskijano, tanto scava e rimesta nei più turbolenti moti interiori: una scrittura che fugge ogni semplificazione, mettendo continuamente in discussione il lettore.
C’è bisogno di nuovi nomi — NoViolet Bulawayo (Zimbabwe)
Bulawayo segue la crescita di Darling, da una baraccopoli nello Zimbabwe post-coloniale all’alienazione del “sogno americano” in Michigan. Il suo peso specifico risiede nella capacità di narrare il trauma dello sradicamento e il fallimento della nazione con una voce fanciullesca che è, al contempo, brutale e lirica. Un romanzo che ridefinisce il genere della migrazione e un’opera fondamentale per capire la “nuova” diaspora africana.
Amici di una vita — Hisham Matar (Libia)
Matar, Premio Pulitzer e voce tra le più autorevoli della diaspora araba, è uno scrittore in grado davvero di lasciare senza fiato. Ambientato tra la Libia di Gheddafi e l’esilio a Londra, il romanzo esplora il peso politico dell’amicizia e il trauma di chi vive “altrove” mentre la propria terra brucia. Ha un peso specifico enorme perché trasforma il dolore dell’esilio in una riflessione universale sulla lealtà.
Trasparenti — Ondjaki (Angola)
In un condominio fatiscente di Luanda, l’autore mescola realismo magico e satira per raccontare un’Angola che “svanisce” sotto il peso del petrolio e della corruzione. Ondjaki è l’erede più brillante della grande tradizione lusofona angolana; il suo peso specifico risiede nello sperimentalismo linguistico con cui riesce a trasformare la cronaca in una fiaba malinconica di portata universale.
Ouatann. Ombre sul mare — Azza Filali (Tunisia)
Il ritratto di una Tunisia sospesa tra immobilismo e desiderio di fuga attraverso le vite incrociate di personaggi in cerca di senso. Medica e scrittrice di lingua francese, Filali è una figura centrale nel dibattito culturale nordafricano; la sua capacità di sezionare con precisione clinica le patologie sociali del suo Paese rende questo libro una bussola necessaria per comprendere le radici della (impropriamente detta) ‘Primavera Araba’.
Ecco, questo è il mio piccolo, di certo non richiesto, contributo alla questione.
Fammi sapere se hai in mente altri titoli (e in caso quali!) da cui credi sarebbe prezioso partire.
Ci leggiamo alla prossima corrente,
Arianna


