Filologia maranza
Il folk devil dallo stigma di classe alla profilazione razziale

«Basta. Basta. Free tutti i maranza», canta Ghali nella canzone pubblicata la notte dell’inaugurazione delle Olimpiadi, Basta. Un brano che suona come una risposta polemica alla strumentalizzazione e mala gestione della sua presenza sul palco dell’inaugurazione dei Giochi, come lui stesso ha esplicitato, nella lettera condivisa sul suo profilo Instagram il 5 febbraio.
«So che una lingua, quella araba, all’ultimo era di troppo», scrive. È la stessa lingua che, nel discorso mediatico e nella narrazione politica, viene implicitamente associata a chi finisce sotto l’etichetta di “maranza”. Un termine che utilizziamo con crescente leggerezza — ormai entrato nel lessico giornalistico e giovanile — ma sul quale diventa sempre più urgente soffermarsi. Perché restare in superficie significa anche contribuire, spesso inconsapevolmente, al consolidarsi della connotazione razziale e discriminatoria che questa parola sta progressivamente assumendo.
Il termine “maranza” inizia a diffondersi tra gli anni Ottanta e Novanta, tra Milano e Torino. Nasce nel contesto urbano e, in origine, porta con sé una connotazione prevalentemente di classe, legata alle periferie. Lo ritroviamo persino in alcune delle prime canzoni di Jovanotti: «Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente / di matti di maranza e di malati di mente», canta ne Il capo della banda. E ancora, in Bella storia: «Vestirsi da scemi e fare i maranza / dire le parolacce essere molto lontano / tornare a casa solo quando ti finisce il grano». «Sono un maranza» è anche ciò che disse a Pippo Baudo in una puntata di Serata d’onore. In quel contesto, il significato era assimilabile principalmente a coatto o tamarro e rimaneva sull’apparente superficie di un certo agire giovanile, per quanto comunque connotato da una cornice sociale ed economica ben precisa.
In quel contesto, il termine era assimilabile soprattutto a “coatto” o “tamarro” e rimaneva sulla superficie di un certo agire giovanile — pur inscrivendosi in una cornice sociale ed economica ben precisa.
È dagli anni Dieci che inizia una progressiva ri-semantizzazione della parola. Il contenitore non è più soltanto quello della classe sociale: il termine comincia ad agire come codice razziale implicito — inizialmente in modo allusivo, oggi in maniera sempre più esplicita.
Tommaso Sarti, in Pisciare sulla metropoli. Trap, islam e criminalizzazione dei maranza (Machina-DeriveApprodi, 2023), coglie con lucidità questo slittamento e lo mette in relazione con la teoria dei folk devils: figure sociali su cui si concentra il panico morale, soggetti “facilmente strumentalizzabili” che funzionano da parafulmine in una società attraversata da forti contraddizioni e distorsioni. Il folk devil diventa così un capro espiatorio, un umbrella term attorno a cui catalizzare ansie e nevrosi collettive.
Il teppismo giovanile è da sempre al centro della produzione delle categorie devianti; ma se in passato il discorso pubblico guardava a sottoculture prevalentemente identificate come fenomeni culturali o sociali — i punk, ad esempio — oggi la stigmatizzazione assume una marcata connotazione razzista e deumanizzante, che colpisce in modo particolare i giovani di origine nordafricana.
Ne è un esempio eclatante la proposta di legge presentata dalla Lega a fine novembre, significativamente intitolata “Legge anti-maranza” e rilanciata sui social con una grafica altrettanto esplicita:
Si va così consolidando, nei media e nell’immaginario collettivo, anche sull’onda delle manifestazioni che da mesi attraversano le piazze italiane, l’idea di un movimento di pericolosi riottosi e potenziali insurrezionisti pronti a disseminare panico e violenza. Questa è stata la narrazione dominante — soprattutto su una parte della stampa — delle proteste di settembre contro il genocidio in Palestina. Un meccanismo simile si è riproposto dopo i fatti di Torino del 31 gennaio, il cui racconto mediatico è apparso ampiamente orientato.
Durante la puntata del 4 febbraio di Tg2 Post, su Rai2, la conduttrice Monica Giandotti, interrogando il giornalista de Il Tempo Pietro De Leo, ha parlato di «gruppi composti da persone straniere, spesso già segnalate». Una formulazione di certo non casuale che, al di là della risposta ricevuta, mostrava con chiarezza la direzione in cui si tentava di orientare il discorso pubblico.
Il risultato è un processo pericoloso, che può essere letto anche attraverso la teoria dello stigma elaborata da Erving Goffman negli anni Sessanta, nel saggio Stigma. Note sulla gestione dell’identità degradata. Goffman analizza le conseguenze sociali e collettive che colpiscono chi, oggetto di stigma, viene progressivamente squalificato dalla piena accettazione sociale.
È la stessa intuizione che ritroviamo nella cosiddetta labelling theory — o, più semplicemente, nella “profezia che si autoavvera”: il meccanismo per cui un individuo, o un’intera categoria, trattati come devianti finiscono per introiettare e talvolta riprodurre i comportamenti che vengono loro attribuiti, in un circuito circolare negativo che rafforza l’etichetta iniziale.
La marginalizzazione narrativa delle minoranze sta al cuore di questo processo. Ed è anche una delle chiavi per comprendere il successo di un artista come Baby Gang: nelle sue contraddizioni, si riappropria dello stereotipo e lo trasforma in strumento di autonarrazione e rivendicazione identitaria. È la stessa ragione per cui Ghali canta «Free tutti i maranza»: perchè questa narrazione è tutta “un Gran Teatro”, per usare le sue parole. Riconoscerlo è il primo passo per sottrarsi al copione.
Consigli di lettura:
Pisciare sulla metropoli. (T)rap, Islam e criminalizzazione dei maranza — Tommaso Sarti. Un’idagine etnografica su come musica e religione diventano strumenti di identità e resistenza nello spazio pubblico. Oltre il panico morale, la rivendicazione del diritto a raccontarsi.
Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle periferie — Houria Bouteldja. Un’analisi radicale del “contratto razziale” che ha legato sinistra europea e privilegio bianco, aprendo spazio all’ascesa dei populismi. Un invito a unire periferie postcoloniali e lavoro povero contro l’estrema destra.
Lo sfruttamento della razza. Le nuove gerarchie della segregazione — Oiza Q. Obasuyi.
Dal capitalismo razziale alle nuove forme di segregazione in Europa: come il lavoro migrante è insieme necessario e marginalizzato. Un’analisi del razzismo istituzionale che struttura diritti, confini e gerarchie sociali.


