Fantasmi algerini
Due romanzi per attraversare storia, traumi e rimozioni di un gigante mediterraneo
Questa è una lettera nella corrente.
Provo a capire qualcosa del presente partendo dai libri. La storia di maggio ci porta da uno dei nostri vicini di casa più strategici e silenziosi del bacino mediterraneo: l’Algeria.
Lo scorso mese mi sono ritrovata a leggere La fertilità del male, ultimo romanzo di Amara Lakhous, scrittore algerino con un passato importante da autore in lingua italiana, oggi ritornato alla lingua madre con questa pubblicazione.
Durante la lettura mi ha colpita quella che è a tutti gli effetti un’ovvietà, soprattutto per chi fa il mio mestiere, ma un’ovvietà talmente abile a mimetizzarsi nella rete intricata del presente da sfuggire talvolta all’attenzione: non si parla mai di Algeria, una delle realtà geopolitiche più complesse e meno comprese nel panorama nordafricano.
Disclaimer: questa non è una newsletter sull’ennesimo “paese dimenticato” dalle cronache occidentali. Ci sono ragioni politiche molto precise che determinano la distanza dai riflettori di quello che è a tutti gli effetti non solo il nostro principale fornitore di gas naturale nel contesto post-ucraino, ma un partner storico la cui relazione è stata cementata da figure come Enrico Mattei. Un paese che occupa una posizione di centralità assoluta negli equilibri energetici e di sicurezza europei. E che forse, proprio per questo, dovremmo conoscere meglio.
Questa asimmetria tra importanza reale e percezione pubblica affonda le radici in una storia nazionale segnata da una decolonizzazione traumatica, una guerra civile devastante e una postura diplomatica fondata su una severa sovranità e un isolamento difensivo. I suoi vicini, Marocco e Tunisia, godono di maggiore visibilità per varie ragioni: il loro ruolo nella gestione dei flussi migratori, uno dei principali evergreen mediatici italiani, e il turismo. Penso che la maggior parte di noi sia stata o conosca qualcuno che è stato in vacanza in Marocco e forse anche in Tunisia. Lo stesso non può dirsi per l’Algeria, che ha una politica di visti molto più restringente, secondo un principio di reciprocità rigorosa: se per un algerino è difficile ottenere un visto Schengen, per un cittadino europeo sarà altrettanto difficile entrare in Algeria.
Da tutti questi elementi emerge una complessità che si riflette nella letteratura algerina, restituendo a lettori e lettrici traumi, rimozioni e continuità sotterranee. Ed è qui che entrano in scena i due libri di questa lettera: due romanzi molto diversi tra loro, ma che mi hanno colpito per alcuni elementi importanti in comune. Entrambi sono ambientati a Orano, città costiera. Entrambi hanno come perno il 2018, vigilia del movimento di Hirak, anche se, per l’appunto, volgono lo sguardo indietro, tra le piaghe delle pagine di storia più dolorose e cupe del paese.
I romanzi in questione sono La fertilità del male di Amara Lakhous, di cui ho accennato all’inizio, e Houris di Kamel Daoud, vincitore del Premio Goncourt 2024. Nonostante la fitta polemica che l’ha interessato fin dalla sua pubblicazione, devo dire apertamente che l’ho trovato uno dei libri di maggior spessore che abbia mai letto. Sono rimasta sbigottita dall’abilità e profondità di scrittura di Daoud, di cui non avevo ancora letto nulla, dalla sua capacità di rendere così dolce e poetico un romanzo la cui trama avrebbe tutti gli ingredienti per trasmettere un senso di pesantezza quasi asfissiante e che invece scivola — o meglio, scorre — melodioso, turbolento e perturbante, certo, ma profondamente arricchente, quasi rivelatore. Daoud si concentra sul cosiddetto “Decennio nero” algerino, ovvero gli anni dal 1991 al 2002, quando il paese fu attraversato da una guerra civile di una ferocia inaudita, che causò circa 200.000 morti, lasciando cicatrici estremamente profonde nella psiche nazionale.
Questa è la prima differenza tra i due romanzi: Lakhous guarda a tutta la storia algerina dalla Guerra di liberazione dalla Francia, negli anni ’50 del secolo scorso, e legge tutti gli stravolgimenti storici che ne sono susseguiti in un’ottica di sostanziale continuità, attraverso una lente quasi “gattopardiana”. Il protagonista Miloud, maestro dei poteri occulti, sembra incarnare quel “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, decretato nel grande classico scritto da Tomasi di Lampedusa. Il riferimento alla letteratura italiana non è casuale: Lakhous ha avuto infatti un’assidua frequentazione con la nostra storia letteraria e ha più volte esplicitato i riferimenti ad autori come Leonardo Sciascia e Carlo Emilio Gadda. L’eredità di Sciascia, in particolare, permane ne La fertilità del male, che parte dall’artificio del romanzo giallo per sondare le rimozioni e le fratture dell’Algeria.
Diversa è la postura di Daoud, che invece sceglie un momento storico specifico e lo sviscera fino al midollo. Attraverso la “lingua interiore” della protagonista, Alba, scava all’interno dei vissuti del popolo algerino durante la guerra civile. Un lungo e tortuoso percorso che la porta a decostruire la sua “storia unica”, come dice a un certo punto, riecheggiando — perlomeno alle mie orecchie — un celebre monologo della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie. La sua voce si arricchisce piano piano delle tante altre voci che incontra nel suo viaggio e che aggiungono, via via, nuovi pezzetti alla ricostruzione di questo immenso, voraginoso trauma collettivo.
Più volte i protagonisti di entrambi i romanzi si trovano a un passo dalla morte, sprofondati in una notte oscura fatta di tortura, terrore e ferocia. Ma nonostante la brutalità, la violenza, la disillusione, non c’è spazio solo per l’amarezza. Sia Daoud che Lakhous lasciano aperto uno spiraglio alla cura e all’amore delle relazioni umane, uno spiraglio che si insinua anche nelle pagine di storia più cupe, capace di ricucire anche il tessuto più lacerato. Negli interstizi delle rimozioni nazionali e delle scelte politiche, le incredibili risorse dell’animo umano, fosse anche quello di poche persone, continuano a ritinteggiare il senso della r-esistenza. La lettura di questi due romanzi, così diversi e simili allo stesso tempo, non può che aiutare a guardare al popolo algerino, nostro inquilino di fronte, con maggiore conoscenza, comprensione e forse persino empatia, mentre le crisi globali scrivono i nostri comuni e dissimili destini.
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Grazie di essere qui,
alla prossima corrente!
Arianna




